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Giovedì 09 Febbraio 2012 10:40

Intervista a Roberto Parodi

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Intervista a Roberto Parodi Photo courtesy of Roberto Parodi
Circa vent’anni fa rimasi folgorato da un articolo letto su una rivista: un temerario partito da Roma raggiunse Capo Nord a cavallo di un Ciao. Sì, avete letto bene, proprio un Ciao! Qualche tempo fa invece, navigando su internet, ho trovato un blog di un altro temerario che a bordo della sua Vespa, partito da Torino, è andato a trovare la sua fidanzata in Giappone. Sì, avete capito bene, una Vespa! Vi chiedo: che emozioni vi suscitano queste due notizie? Ammirazione, invidia, idolatria allo stato puro? E l’avete letto il libro “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”? Quali stati d’animo vi ha trasmesso? Ebbene, prendete questa ridda di emozioni, mescolatele tra loro come per ottenere la miscela olio-benzina che facevate con le lire tanti anni fa e preparatevi a viverle coi viaggi di Roberto Parodi il quale, bontà sua, è finito sotto le nostre grinfie pronto a rispondere a tutte le domande che, vi dico la verità, non vedevamo l’ora di fargli!

Roberto-Parodi-Il-Cuore-a-due-cilindri
Roberto-Parodi-Scheggia
Roberto-Parodi-Controsole
- Iniziamo con una domanda semplice: chi è Roberto Parodi?
Mi piacerebbe dire che sono la controfigura di Scheggia, il protagonista dei miei libri: personaggio guerresco e diretto, coraggioso e confusionario che ho inventato per romanzare i miei viaggi.  Ma la realtà è piuttosto diversa. Ho una famiglia numerosa, una moglie e tre figli (tutti con la stessa moglie, preciso, una casa a Milano (nell’Area C dove non si può più circolare…), un lavoro incasinato nell’ambito della finanza (che ultimamente non è una delle sistemazioni più tranquille), 48 anni e una laurea in ingegneria meccanica che fin’ora mi è servita più che altro per fare da me alcune delle riparazioni alla mia vecchia ma fedelissima Harley Davidson 1340 degli anni ‘90.  Nulla di molto romanzesco, quindi, ma ti assicuro, decisamente complesso da gestire nel quotidiano, specie se si cerca di farci stare dentro anche viaggi, moto, e naturalmente la mia chitarra acustica e il rock.

- Come è nata l’idea di scrivere libri ed in particolare romanzi?
Tra le mie attività non inerenti al lavoro tradizionale (e praticamente non remunerative) sono giornalista da molti anni, ed è proprio con l’attività di reporter di viaggi e di costume che ho capito che mi piaceva scrivere.  Così nel 2008 ho provato a mettere insieme tutta la mia vita, le mie esperienze di viaggio e ciò che sapevo dello strano e affascinante mondo dell’Harley “all’italiana”, raccontato con il filo conduttore che è la trasformazione di un ragazzo in un vero motociclista, o per lo meno a qualcosa che gli assomigli. Ne è nato “Il Cuore a Due Cilindri”, ora in ristampa con una nuova casa editrice (TEA Libri).  Fu un buon successo e non potevo più fermarmi, avevo altre storie da raccontare e chilometri da percorrere ma d’altro canto non me la sentivo di continuare a parlare di me. Così ho pensato di “romanzare” i miei viaggi, cioè tenendo valida la parte concreta e vissuta ma facendo muovere sulla scena del mio viaggio reale, personaggi immaginari come Scheggia, e creando situazioni narrative che rendessero i miei viaggi dei veri romanzi. Il risultato sono stati “Scheggia” (2010) e “Controsole” (2011).

- E’ iniziata prima la passione per i viaggi o prima quella per la moto?
Sono due cose che mi sono sempre piaciute e sono cresciute per anni su due binari paralleli. Poi quando si sono incrociate (con un primo viaggio in Marocco), è scoccata la scintilla che ha incendiato tutto e ho capito che l’unico viaggio possibile era quello su due ruote.

- Quando inizi a scrivere un nuovo libro a cosa ti ispiri?
Come ho detto, la struttura portante finora è sempre stata un mio vero viaggio.  Ma deve esserci qualcos’altro per far scattare il libro: ci deve essere la storia, lo stimolo a raccontare un’emozione che si evolve e deve affascinare il lettore. Il solo viaggio, nudo e crudo, non basterebbe per un buon romanzo.

- Tra tutti i viaggi fatti fin’ora con la tua moto qual è quello a cui sei maggiormente legato e che ti ha dato di più nella vita?
Non potrò mai dimenticare il primo viaggio in Tunisia con Roberto Depiano e Mario Giugovaz, i Threepercenters.  Fu un’avventura vera e propria, con tre Harley nel deserto, per la prima volta, senza che nessun’altro lo avesse mai fatto prima, senza asfalto, senza GPS e senza sapere come sarebbe andata o cosa ci sarebbe stato dietro la curva e l’orizzonte.  Fu una scelta coraggiosa e riuscimmo ad arrivare all’oasi.  Non lo dimenticherò mai.

- Leggendo il tuo primo libro “Il cuore a due cilindri” si capisce che la tua permanenza negli “HOG” ha avuto vita breve. Qual è la tua visione del mondo custom ed in particolare di quello che circonda le Harley-Davidson?
Penso che sia un mondo variegato e suddiviso in pianeti che non si toccano e che comunque non hanno molto a che vedere l’uno con l’altro.  L’HOG è un ottimo modo per entrare in contatto con quel mondo, un’esperienza che suggerisco di fare a tutti, per il tempo che ci si sente, senza però temere di lasciarlo quando inizia a starci stretto.  A noi è capitato in modo burrascoso, ma ho visto che non siamo stati gli unici e molti finiscono per essere stanchi dell’approccio patinato di molti chapter e della finta amicizia che si vede in gruppi che hanno più di 200 soci, molti dei quali non sanno quasi guidare.  Ciò non toglie che altri chapter (conosco bene il Portofino, per esempio) abbiano un approccio e uno stile molto diverso anche grazie a dealers e soci che capiscono meglio di altri come si gestisce un gruppo di motociclisti. Poi ci sono mondi esoterici e scostanti come quello degli MC, di cui tutti parlano spesso con superficialità. Pur non avendone mai fatto parte, posso dire di conoscerli un po’ e per ciò rispetto chi ha scelto quella via, dettato da necessità di legami e di senso di appartenenza che altrove non ha trovato. Resta il fatto che lo spirito libero e zingaro della moto, in particolare la Harley con il suo immaginario collettivo, contrasta con le rigide regole gerarchiche degli MC, ma il bello della moto è poter scegliere la vita che più ci da soddisfazione e ci fa sentire meglio, sia essa la HOG che un rigido MC.
Dopo averli frequentati un po’ tutti, ho capito che il mondo che fa per me è quello delle piccole officine di provincia, senza pretese né cromo che cola dappertutto. Luoghi sconosciuti dove si passano lunghe serate tra amici a riparare vecchie moto e a parlare di viaggi e ragazze. Piccoli gruppi di pochi amici con i quali è bello uscire per una domenica in moto nell’Oltrepo, oppure partire per l’Africa.  Basta volerlo, in fondo.

- Come fai a conciliare le tue due vite così diverse, quella del lavoro e quella delle tue passioni? Esiste un filo conduttore che le unisce?
Sono un alchimista del tempo: quando sono in famiglia “ci sono” al 100% e raramente esco alla sera solo per cazzeggiare.  In questo modo quando voglio prendermi un week end in moto nessuno può dirmi niente.  Ma ad ogni uscita in moto, faccio seguire una equivalente vacanza con mia moglie e i ragazzi: non sarebbe corretto, altrimenti.  Ho provato a portare Giovanna in moto con me: è stato bello ma credo che il vero viaggio sia da fare da solo sulla tua moto e pochi amici a fianco.

- Quale viaggio vorresti fare che ancora non hai fatto?
Un grande viaggio in africa, o la Ruta 40 sulle Ande.  Il problema è che mi piace partire da casa e arrivare alla meta solo con la moto. E per raggiungere il Sud America questo è un problema!

- Guidi la stessa moto da molti anni, cosa significa per te quell’Harley?
Ogni mattina quando l’accendo per andare in ufficio, la guardo e penso che sia la più bella moto del mondo.  Certo, nel corso degli anni ne ho capito i limiti, tra tutti il peso esagerato, che seppur ridotto dalla dieta naked a cui l’ho sottoposta, mi pone seri limiti sullo sterrato e sulla sabbia, ma la stupefacente linea della moto e la potenza di quello che rimane di quel vecchi Road King a carburatore, credo sia impareggiabile ed ecco perché ormai non potrei più cambiarla. Del resto l’amore verso una moto è come quello verso una donna, e quando lei ti è stata accanto per tanto tempo, non sarebbe giusto cambiarla per un modello più recente.

- La passione per il vintage è uno stile di vita o è relativo solo alla tua moto?
Più che il vintage, amo comprare cose che valgono e non cambiarle. Ho ancora la stessa vespa 125 TS degli anni ’70 e una Volvo Polar del ‘91. Mi affeziono, e in definitiva credo che se una cosa ti piace e funziona bene perché cambiarla? Un po’ come la mia giacca Belstaff, un reperto archeologico che, con tutte le sue pecche resta il capo di abbigliamento più affascinante e funzionale mai creato per un motociclista.  Ed è anche importante un’altra cosa: solo con quella moto e quella vecchia giacca mi sento completo e coerente con il mio modo di essere. E’ come se mi trovassi per magia dentro una di quelle vecchie foto di biker in bianco e nero, magari un po’ polverose, ma che colpiscono al cuore.

Personalmente ho letto tutti e tre i libri scritti da Roberto, ognuno diverso dall’altro, con molto da raccontare e la sensazione, ogni volta, è stata quella di ritrovarmi seduto come passeggero sulla sua moto.
Roberto Parodi nasce ad Alessandria il 5 luglio 1963. Laureato in ingegneria meccanica, è noto nell’ambiente motociclistico e custom, oltre che per i suoi libri ed articoli, anche per i suoi “raid” e viaggi “overland”. Dopo aver fatto l'ingegnere meccanico e il banker, ha capito che la sua vita era scrivere. Giornalista, suona la chitarra e le sue passioni sono Chuck Berry, la letteratura beat americana e la motocicletta. Curiosando sul suo sito ho trovato questa frase che racchiude mille significati: “Come a tutti gli uomini della mia età, talvolta mi viene lo stress da "Bilancio della Vita" ma per sopravvivere ho un paio di salvagenti: il mio ferro a due cilindri e due amici con cui fuggire quando non ce la faccio più. E credetemi, non è poco.

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