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Lunedì 09 Novembre 2009 20:51

Nürburgring: i Signori dell’Anello (Parte Terza)

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Nel parcheggio, volavano. La botta di adrenalina e la consapevolezza di aver rotto il ghiaccio facevano camminare i tre novellini a una spanna da terra. Lo Zio, serafico, provava la dolce sensazione del ritorno a casa. "Fàiga ragazzi, ci siamo sve-ring-inati!". In estasi da impresa, il Muzzi dava e prendeva high-five da chiunque capitasse a tiro, conosciuti e sconosciuti. Chiodo aveva abbandonato la consueta tigna e il pallore d'ordinanza. Era felicemente irriconoscibile, rosso e vociante come un bambino davanti alla Nutella dopo una partita a pallone. Il Walther, che di solito in queste occasioni gonfiava il petto e si valutava il pacco come se si trovasse sul balcone di piazza Venezia, era silenziosamente assorto, i gomiti piantati sul serbatoio della CBR, una mano a reggere la testa, l'altra a grattarsi il crapone. Perfino i cumulonembi avevano lasciato filtrare un timido sole. Nel suo ruolo di lider maximo, lo Zio decise che era il caso di battere il ferro finché era caldo. "Muz passami quell'acqua. Voialtri, su i caschi che torniamo dentro. Walther ripigliati, distribuisci i biglie...". Non si prese neanche la briga di terminare le parole, il deciso rumore della sua SRAD coprì la fine della frase. Tre minuti dopo stavano rientrando sull'Antoniusbuche, perfettamente in coda come anatroccoli dietro mamma Suzuki. Che stavolta tirasse un'aria diversa, i tre debuttanti allo sbaraglio se ne accorsero quasi subito. La pista era discretamente affollata. Tutti gli altri speed freak frustrati dal tempo inclemente si erano scatenati in pista per bruciare il pieno di Super 100 ottani e gli istinti repressi. Il Muzzi, che stavolta chiudeva la processione, fu subito sfiorato da una BMW Z4 apparentemente affidata a uno schizoide. Lo Zio decise che era ora di mettere anche la sesta (finora si era limitato a fare da balia asciutta agli altri) e con le gomme già calde, impose dalle prime curve un ritmo più allegro. I primi tre chilometri fino all'Hatzenbach riservavano le sorprese più inaspettate e il gruppo mostrò ancora qualche incertezza. Ma già nel tratto veloce dell'Aremberg, gli implumi cominciavano già ad azzardare qualche pennellata di raccordo. Nonostante le 176 curve disseminate sui 21 chilometri ricordassero al Perito certi pomeriggi impossibili in collegio, con tutti quei capitoli della Divina Commedia da mandare a memoria, qualche linea cominciava a riaffiorare. Di ginocchio a terra manco a parlarne, anche perché, nonostante la morfologia accidentata, il Ring è un circuito velocissimo. Il Muzzi si era preparato con dovizia, come per un'interrogazione di fine quadrimestre. Mesi prima, aveva letto un'intervista in cui Agostini raccontava che l'unico segreto per dominare la Bestia era di conoscerla palmo a palmo. Mentre gli altri piloti il venerdì sera andavano a mangiare il gelato e a tacchinare le biondone locali, lui si sciroppava l'ennesimo giro di ricognizione in motorino o in auto, scendendo per controllare e memorizzare gli avallamenti, verificando i riferimenti delle staccate o gli angoli d'appoggio nelle curve cieche. Al Muzzi, che di secondo nome faceva pur sempre Giacomo, il cervello girava in regime di coppia massima. Qualche luogo sacro della storia del motociclismo l'aveva visitato anche lui. In rapida successione il suo cervello per nulla elettronico caricò e sovrappose i tracciati stradali. Il Nürburgring li riassumeva, anzi li sublimava in supercircuito. Altalenante e "bagnato" come Spa-Francorchamps, lungo e imponente come la Targa Florio, quasi pericoloso quanto il Mountain Course dell'Isola di Man, intenso e senza tregua come il Muraglione combinato alla Valtrebbia, veloce come il vecchio Mistral del Paul Ricard... e movimentato come un luna park! Sì, decisamente la Nordschleife li batteva tutti. Già nel secondo turno, cominciarono a fioccare le bandiere gialle e giallorosse: olio sulla pista. In vari punti del circuito, i guard rail e le vie di fuga erano animate dai commissari che correvano verso motociclette ribaltate e piloti zoppicanti. Al Muzzi il Karrussell cominciava a piacere tantissimo, specie dopo aver visto una BMW Roadster del Ringtaxi (i giri guidati per turisti, con piloti professionisti) farselo tutto in sbandata. In più, aveva scorto un paio dei famosi "ringer", i Postini del Ring. Sono l'equivalente dei cecchini di passo in cui capita d'imbattersi salendo per il Muraglione, la Raticosa o la Valtrebbia ligure. Si tratta degli specialisti indigeni che conoscono il circuito a memoria e si divertono a dare la paga ai presunti pilotoni maxidotati di cilindri, cavalli e centimetri cubi. I ringer si comprano l'abbonamento annuale illimitato e girano ogni settimana in sella a moto rimaneggiate, tipo YZF o Gixxer vecchie di due o tre serie, vetusti 4 cilindri in linea aria/olio degli anni 90. Perfino qualche Boxer BMW, dall'aria apparentemente sfiatata. A meno di conoscerli per esperienza diretta, individuarli a prima vista è impossibile. Per due motivi: si mimetizzano molto bene e in movimento non è possibile spiarne le spalle arricciate delle gomme. La tattica dei Postini è la più vecchia del mondo. Aspettano lo smargiasso race-replica al varco, gli stanno in scia per un po', quindi azzardano un paio di sorpassi per testare la temperatura ormonale dell'avversario. Se si accorgono che sta scaldando le gomme, o non è del tipo belligerante, tornano alle traiettorie larghe da ciclismo su pista. Altrimenti, allungano un po' di esca al pescione di turno, poi danno sempre più spago fino alla serie finale di curve e il piccolo banking dello Schwalbenschwanz. Al che, recapitano l'umiliazione ad-personam con puntualità tedesca. Sui tre chilometri di rettilineo finale non si preoccupano nemmeno di lanciare l'ultima volata, concedendo l'inutile e plateale rivincita degli sfigati.La pioggerellina e una certa inquietudine per i ripetuti incidenti posero fine ai turni per quella mattina. I quattro rientrarono nel parcheggio, coprirono le moto e si rifugiarono in tutta fretta nel bar. Non si erano neanche tolti la tuta, la portavano appesa in vita, come i pilotoni veri. E pazienza se anziché gli addominali scolpiti di un Texas Tornado, sbordava un po' di pancetta... Il caffé "Grüne Hölle" (Inferno Verde) era stato rifatto da poco. Con le sue ampie vetrate, dominava parte del rettilineo dell'Antoniusbüche. Alle pareti, ben incorniciate, campeggiavano fascinose locandine e poster dei tempi d'oro quando la Nordschleife era teatro dei Gran premi di Formula 1, dei record di velocità sui proiettili d'argento di Ferdinand Porsche, delle gesta mortalmente acrobatiche del Continental Circus. Le grafiche nette, le linee oblique e tese, le silhouette di auto e moto stilizzate accentuavano la drammaticità della sfida al decimo di secondo. Da cittadino del mondo qual era, il Muzzi si ritrovò subito a casa in quell'ambiente ciarliero e cosmopolita. Il bello della velocità è che ha il grande pregio di abbattere ogni steccato nazionalistico, sociale e idiomatico. I piloti seduti ai tavolini avevano una certa allure da gentiluomini in totale relax, mentre discutevano di traiettorie, cilindrate e assetti variabili; o mentre elargivano consigli sulla marcia giusta per affrontare questo o quel tratto. Al Muzzi la scena ricordava certi film di aviazione della Guerra Mondiale, le club house dei piloti della Royal Air Force durante la Battaglia d'Inghilterra. Distinti signori che riempivano il tempo fra una missione suicida e l'altra sorseggiando tè, suonando il pianoforte e brindando agli amici perduti. Ovviamente il Walther aveva declinato quella fascinazione in chiave Luftwaffe, rimanendone ugualmente conquistato. Nessuno alzava la voce, se non qualche sassone paonazzo avanti con le birre. Senonché, da un angolo si levò un richiamo con inconfondibile inflessione comasca: "Ué Jack Nicholson, sei venuto a portare un po' in giro i rimbambiti?!". Sotto il naso triste da italiano allegro, lo Zio schiuse lentamente un sorriso sornione, mentre formava mentalmente la battuta da restituire. Non aveva bisogno di voltarsi per capire che la colta citazione cinematografica era diretta a lui. "Signori miei, posso presentarvi Giappone 52?".Giappone 52 non era figlio del Sol Levante, bensì di Appiano Gentile. Né aveva passato la boa del mezzo secolo. Quel lungagnone biondo con il viso vagamente caprino, ma d'espressione limpida e gentile, denunciava trentacinque anni stropicciati e si chiamava Arturo Magni. Proprio come lo storico ex direttore corse della MV Agusta, che ha legato il suo nome a un'azienda di moto sportive costruite in serie limitata. Modelli di meccanica raffinata, esclusivi e ambìti dagli appassionati di tutto il mondo. Specie la "Giappone 52", la punta di diamante della produzione Magni: estetica retrò, ciclistica d'eccezione e cuore bicilindrico Guzzi 1100 due valvole. Il Magni-bis ne era stato immediatamente soggiogato per l'eleganza, classica come un doppiopetto sartoriale italiano. Al punto da convincersi che anche il suo destino di motociclista dovesse compiersi nel nome di Magni. Sfortunatamente, il suo destino lavorativo si era fermato a mansioni che lui definiva ufficialmente "import export mobiliare Italia-Svizzera", ma la cui natura restava non meglio precisata. A decidere fu il suo fascino teppista esercitato sulle ragazze: un Capodanno, la figlia diciannovenne di un potente industriale del Comasco s'invaghì perdutamente dell'Arturo. Per lui si aprì una stagione d'oro, costellata di orgette in villa, regali costosi e sfrenati week-end psicotropi. Pur di levarsi di torno quel pericoloso pazzoide, il padre-padronale non ne fece una questione di soldi: "Dimmi quello che vuoi per lasciar stare mia figlia e levati dai coglioni". Valutando la forza dei sentimenti e la ragion di Stato, Arturo ci pensò su il giusto, cioè non più di due secondi: "Voglio una moto. Si chiama Giappone 52. Marca Magni, come me. Ma non è una roba che si trova nelle patatine". Il sabato successivo, Giappone 52 aveva rottamato la ragazza in cambio della sportiva dei suoi sogni. E di un soprannome che non l'avrebbe abbandonato mai. Lo Zio l'aveva udito per la prima volta proprio al Nürburgring dove, a cadenze regolari, Giappone 52 arrivava con la sua Magni per il gusto di far sbavare i tedeschi, che per la produzione italiana d'eccellenza alimentano un culto che rasenta il sacro liturgico. Per il Giap, essere oggetto di un assiduo corteggiamento, libretto degli assegni alla mano, era diventata un'abitudine: "Nein, nein, no vendere Magni, io Arturo Magni, essere mia moto". Qualcuno lo scambiava per il figlio del costruttore e offriva lavoro. Invano. Anziché alla fatica, lo Zio ne aveva fiutato subito la vocazione al disastro. Dopo essersi giocati ripetutamente patente e libretto su quel ramo del lago di Como che volge al Bassone (il carcere, NdA), avevano cominciato a prendere appuntamento al Ring per scannarsi come si deve. Partivano insieme il giovedì sera sul furgone a noleggio, incrociavano le traiettorie tutto il weekend e, finalmente sazi, rientravano in Italia. Dopo aver tenuto testa a un paio di reputati Postini su BMW di pari cilindri, Giappone si era guadagnato il rispetto degli aficionados motociclisti del Ring. "E allora Jack Nicholson, hai portato i rimbambiti a fare un giro?", rise beffardo Giappone. "Quanto tempo che non ti si vede, che fine avevi fatto?". "In strada non giro più, c'è troppa gente come te, con un neurone solo, che però non sa guidare", ribattè lo Zio abbracciandolo. "Ormai mi scomodo solo per il Mugello, o Misano. Loro sono miei amici, li ho accompagnati a scoprire il Nürburgring, così mi tengo in allenamento e posso rivedere facce da culo come la tua. Come sta la rampolla, a proposito?", affondò velenoso. "L'ultima volta che ho sentito parlare di lei si era messa con un mezzo spacciatore tunisino. Mi piacerebbe sapere cosa gli offrirà papà per toglierselo dalle palle. Piuttosto, appena asciuga la pista ti fai un turno con me? Dai, niente guerra, mezzo giro di riscaldamento e dopo l'Aremberg cominciamo a ballare". "Vai Zio, non preoccuparti, noi vi stiamo dietro, tanto non c'è pericolo di sbagliar strada", rassicurò Walther. Lo Zio accettò con uno dei suoi sguardi meno raccomandabili e tornò a sezionare con metodo la wienerschnitzel, che nel frattempo si era raggelata prendendo la consistenza del cartone impanato e fritto. Fuori, aveva smesso di piovigginare. Muzzi considerò che erano appena le tre del pomeriggio. Ci sarebbe stata luce fino alle sette: "Se il tempo regge, ci scappano tranquillamente un paio di turni", meditò. Dopo aver sorseggiato un caffé oltraggioso, si rimise il ridicolo cappellino da pescatore "Faszination Nürburgring" comprato al villaggio - "cosa ridete, sarà il trend dell'estate, ma che cazzo volete capirne voi". Quindi, in preda alla curiosità, scese i gradini per dare un'occhiata alla fauna e soprattutto ai cavalli. Cavalli-vapore.Nel parcheggio si respirava così tanto testosterone, che per un attimo il Muzzi temette una gravidanza indesiderata. Il parco-motori era di tutto rispetto. Moto pochine, a parte il solito assortimento di plasticheria giapponese e una Ducati Supersport 900 mezza sderenata. Probabilmente i pezzi pregiati stavano tutti al riparo, ben chiusi nei furgoni-caveau. L'Arsenio Muzzin sperava di rubare con gli occhi qualche venerabile Boxer, magari una di quelle Sachs supermoderne, o una Bimota. Dovette accontentarsi di una GPX sprayata di nero. Con tutta probabilità, apparteneva a un "postino" in pausa pranzo. A risarcimento della mezza delusione, il parking si era animato. I tre vialetti erano imbanditi da un ricco cabaret di roadster, spider e coupé. Rispecchiavano con fedeltà la confraternita di squinternati che stava bivaccando all'interno del Grüne Hölle. Di auto non sapeva granché, comunque abbastanza per godersi un panorama interessante. Il plateau era equamente distribuito fra le scuole motoristiche tedesca, italiana e inglese. Notò subito che le Opel Speedster grigio argento erano capillari e tutte di targa tedesca. In Italia, non se le filava quasi nessuno. Probabilmente il profilo affilato e il rapporto tra prestazioni e prezzo abbastanza competitivo le avevano rese profeta in patria. Ma erano nulla, in confronto alle vere star del Ring. Il verbo di Ferdinand Porsche era coniugato in ogni tempo, forma e declinazione possibile, dalla "solita" Porsche Boxster alla 959. E poi una sfilata di 911, 964, 996, turbo e aspirate. Qualche 924 grigia di venti e passa anni fa, le "Porsche dei poveri", ben assettate. Ma c'era anche un bel un paio di Targa GT appena uscite dallo showroom. Nutrita anche la rappresentanza di BMW. Le più gettonate? M3 e M5 coupé e cabrio a vario grado di bombardamento, alettonate e minigonnate. Il trionfo dello zauro tedesco ad alto numero di ottani e mullet d'ordinanza. Il boato dei loro scarichi ricordò al Muzzi gli Alfettoni duemila, con le marmitte sfondate, che scorrazzavano lungo la sua infanzia. Guardacaso, non poteva mancare una GTV nera targata Francoforte, ma contraddistinta dalla solita bandierina italiana adesiva con il tricolore al contrario. La sparuta rappresentanza del made in Italy era degnamente completata da un paio di Alfa 155 rosse in assetto WTCC e una Lamborghini Diablo. Curioso, Ferrari zero. Giapponesi qualcuna: tra le Mazda MX5 spuntavano qualche Subaru Impreza, un paio di Toyota Corolla ribassate a filo di bitume e un'estemporanea Mitsubishi GT3000. Da poco aveva fatto il suo regale ingresso una Corvette. In qualità di Triumph owner, però, il cuore del Muzzi batteva forte per le inglesine. Le Lotus. E qui c'era di che lasciarci il sentimento, su quei bolidi dai soavi nomi francesi. Fantasticava come un bambino fra Elise (le sue preferite), Exige ed Elan ultima serie. Per non dire delle Super Seven, con il caratteristico racing british green attraversato dalle scallops giallo uovo, il volante in radica e il telo tirato sull'abitacolo per evitarne l'allagamento. Non era il solo a essere sensibile a certi spettacoli. Gli si affiancò un inglese smilzo e con la riga in mezzo larga quanto la sua. Derek, disse di chiamarsi. Veniva dall'estremo East End di Londra, "I'm a Ring regular, you see". Non apparteneva al normotipo aggressivo della fauna locale. Aveva tutta l'aria di essere solo e, di conseguenza, desideroso di socializzare. Da parte sua, il Muzzi aveva sempre avuto in simpatia i brits, per via della loro vena carsica di follia. Quella che di solito corre ben nascosta dall'educazione rigida, dalle buone maniere e dal temperamento nordico. Quindi riemerge senza preavviso nelle manifestazioni più eccentriche e scomposte, non necessariamente contenute entro una zona rossa. Neanche stavolta il Perito rimase deluso. Venne fuori che Derek era un ragazzo ammodo, che sapeva suonare tutta la tastiera delle buone maniere. Non fosse per quel piccolo vizio della velocità, naturalmente in eccesso, che gli aveva ridotto la patente a un cartoncino quasi senza valore. In un'isola retta dalla Monarchia costituzionale, dove se hai quattro punti in meno hai buone possibilità di essere respinto a un colloquio di lavoro per scarsa affidabilità, la fortuna di Derek era il suo lavoro di meccanico alla Dagenham Motors di West Ham, non distante dallo stadio degli Hammers. Quattro o cinque volte l'anno, non appena gli entrava nelle tasche qualche extra, Derek era solito scardinare i sedili della sua Peugeot 105 Rallye XSi del 1998, sostituire quello del pilota con una specie di conchiglia d'alluminio traforata, prendere il traghetto per Rotterdam e via, direzione Germania. Muzzi osservò attentamente la sua 106: all'interno era completamente vuota, a eccezione del roll-bar e della cintura di sicurezza Momo. La piccola Peugeot era un capolavoro di assetto: il pianale rasentava l'asfalto, sospeso solo da quattro ruote in lega calzati da pneumatici extra-large, che sbalzavano vistosamente dai passaruota. Dietro, un doppio scarico cromato a canne mozze completava il lavoro. "Vuoi vedere il motore? È un missile. Lo preparo personalmente, alla fine della giornata. I miei capi amano lo sport e mi lasciano mano libera giù in officina, basta che non faccia esplodere nulla". Muzzi sorrise scorgendo gli adesivi "My other toy has tits" e "I'm not speeding, I'm qualifying" sul paraurti. Con un gesto di garbato diniego rispose che sarebbe andato sulla fiducia. Prima di ogni turno, l'inglese si sbarazzava dell'ultimo ingombro – cric e gomma di scorta, che fissava alla recinzione con il cartello "Ol' Derek's – please don't steal". Quindi infilava la tuta ignifuga, il casco Simpson Daytona bianco, spegneva i neuroni e si lanciava nell'Inferno Verde. Quel giorno, il rituale si era già ripetuto 16 volte. "Sai, in macchina non abbiamo gli stessi problemi di voi motociclisti. Anzi, quando piove mi diverto di più perché in molte curve mi diverto a controllare la derapata. Ieri mi sono sparato trenta giri, quasi tutti sotto l'acqua e oggi penso di rifarne uguale se le gomme tengono. Tieni conto che ci devo tornare a Londra". Muzzi era letteralmente incantato. Aveva conosciuto un vero Ringer. Duro, puro, ma affabilissimo. Osservò con un sospiro che la coesistenza di auto e motociclette gli sembrasse piuttosto pericolosa; e che gli enormi cartelli, scritti in quattro lingue, che invitavano alla prudenza fossero più un lavacro di mani, un mero scarico di responsabilità, piuttosto che un invito. "Sì, sono abbastanza d'accordo. C'è l'obbligo di superare a sinistra, come sulle strade europee – il che per noi inglesi è un po' un problema - concedendo sempre un certo margine. In effetti qui le collisioni sono davvero poche in rapporto alla quantità di mezzi che girano ogni giorno. Hai visto anche tu come vanno qui, no? Il problema è che moto e auto non vanno d'accordo. Noi in macchina entriamo più veloci in curva e usciamo in ritardo, mentre voi staccate larghi all'ultimo per uscire rapidamente in traiettoria stretta". Muzzi si dichiarò totalmente d'accordo, aggiungendo che impostare una curva con lo stridore dei pneumatici di una Porsche in deficit di pazienza non fosse la sensazione più rassicurante del mondo... "Vedi che hai capito anche tu? Moto e auto non vanno d'accordo, semplicemente. E non ti dico dei camion da corsa, che ogni tanto vengono qui a girare - espressione attonita del Perito -. Dovrebbero tenere dei turni riservati a ogni categoria di mezzo. Il problema, o forse il bello del Ring è che appartiene sia alla storia dell'automobilismo sportivo, sia alle moto. Quei record che hanno stabilito... Tutti hanno diritto a misurarsi qui. Sai cosa si dice del Nürburgring? Che in questo posto non si vince niente, ma si può perdere tutto. Ma spero di non averti spaventato. See you on the track mate, enjoy and good luck". Pilota, gentleman e filosofo. Peccato non avesse anche le tette, pensò con divertimento il Muzzi. Con la grazia che le è consueta, la voce del Walther lo distolse dall'estasi platonica: "Come sei messo a cacchina e benzina? Se smette di piovere, fra cinque minuti facciamo il pieno e rientriamo per un paio di turni ancora".
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